Seduto al volante del suo taxi, Jafar Panahi percorre le animate strade di Teheran. In balia dei passeggeri che si susseguono e si confidano con lui, il regista tratteggia il ritratto della società iraniana di oggi, tra risate ed emozioni.
Nel 2015, durante il Festival di Berlino, Jafar Panahi ha rivelato al pubblico
TAXI TEHERAN. Si tratta del primo film che il regista iraniano ha girato, da
solo e in esterni dal 2010, piazzando la telecamera sul cruscotto del suo taxi
e mettendosi alla guida, attore, per le vie di Teheran; questo nonostante il
divieto di girare imposto dal regime.
TAXI TEHERAN è un film pieno di umorismo, poesia e amore per il cinema,
osannato unanimemente dalla critica di tutto il mondo, viene acclamato
anche dalla giuria presieduta dal cineasta americano Darren Aronofsky e
ottiene l’Orso d’oro oltre al Premio Fipresci che viene consegnato alla piccola
Hana Saeidi, nipote del cineasta e interprete del film.
«Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico...» così Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’oro a “Taxi Teheran”.
Cannes 2014: Grand Prix della Semaine de la Critique
27° European Film Awards: Premio FIPRESCI
Sergey, sordomuto, arriva in un collegio per ragazzi affetti dalla stessa problematica. In questo nuovo contesto, dovrà lottare per conquistare il proprio spazio all’interno della gerarchia criminale che, fra violenze e prostituzione, regola la vita dell’istituto. Coinvolto in un serie di furti, Sergey si guadagnerà presto la fiducia dei compagni. Ma l’amore per Anna, una delle ragazze del gruppo, lo porterà a infrangere pericolosamente tutte le regole del branco
[...] L'aspetto interessante di The Tribe non è tanto che i teppisti in questione sono un gruppetto di sordomuti rappresentati fuori di ogni stereotipo sul disabile; quanto che il linguaggio dei segni tramite il quale comunicano si traduce in puro linguaggio di cinema, trasmettendo senso ed emozioni senza bisogno di parole e didascalie. […]
( Alessandra Levantesi - La Stampa)
[…] È una pellicola non buonista, nel senso più comune del termine. Non è fatta per impietosire lo spettatore. Anzi, la trama sembra studiata apposta per rendere odiosi i suoi protagonisti. Non parteggerete per loro. Sullo schermo non penserete al fatto che i protagonisti siano degli autentici sordomuti, ma dei brutali mascalzoni. Un film crudo che tocca, in alcuni momenti, picchi di violenza inauditi.[...]
Indipendent Spirit Award 2015: Premio “Robert Altman”
L’ex
compagna del detective Doc Sportello si rifà viva all’improvviso
con una storia sul suo attuale fidanzato miliardario, del quale, si
da il caso, sia innamorata. Le trame della sua ex moglie e del suo
ragazzo per rapire il miliardario, portano il detective sull’orlo
della pazzia…
Siamo
alla fine degli psichedelici anni ’60, ‘paranoia’ è la parola
più ricorrente ‘ e Doc sa che “love” è un’altra delle
parole, come “trip” o “groovy”, che vengono usate a
sproposito—solo che quest’ultima in genere porta guai.
“Vizio
di forma, un noir, un thriller, un sogno psichedelico, che il
venerato regista americano Paul Thomas Anderson, a 45 anni, ha
osato, primo e forse ultimo al mondo, trarre da un romanzo di Thomas
Pynchon (Inherent Vice del 2009) […] In certi momenti il film pare
Chinatown di Polanski (1974), in altri Il lungo addio di Altman
(1973), ma Anderson è ovunque e pure Pynchon. È un labirinto di
fatti, luoghi, personaggi che si inseguono, ed è come se anche lo
spettatore scivolasse nella storia come in una nebbia: e infatti pare
normale che gli intrecci si accumulino e si sfaldino senza che a Doc,
ma anche a noi, importi il nesso e pretenda una soluzione. Ma poi il
senso c’è.[…]” ( Natalia Aspesi - la Repubblica)
“Vizio
di forma è brillantemente segnato da Jonny Greenwood, è un viaggio
mentale di Anderson, dove il jazz irrompe con un riverbero che può
lasciare storditi, confusi e persino infastiditi. Ma senza dubbio
siete nelle mani di un maestro”.(Peter Travers - Rolling Stone)
Golden Globe 2015 a J.K. Simmons come miglior attore non protagonista;
Oscar 2015 per: miglior attore non protagonista (J.K. Simmons), montaggio, missaggio sonoro; Sundance Film Festival 2014: Premio della giuria e del pubblico.
Andrew, diciannove anni, sogna di diventare uno dei migliori batteristi di jazz della sua generazione. Ma la concorrenza è spietata al conservatorio di Manhattan dove si esercita con accanimento. Il ragazzo ha come obiettivo anche quello di entrare in una delle orchestre del conservatorio, diretta dall’inflessibile professore Terence Fletcher. Quando infine riesce nel suo intento, Andrew si lancia, sotto la sua guida, alla ricerca dell’eccellenza.
"Adrenalinico esordio autobiografico in perfetto ritmo 'jazzy' di Damien Chazell, filmmaker e batterista 'fino al sangue alle mani', 'Whiplash' si nutre di esperienza musicale, di buona tecnica cinematografica e di attori ad alto livello. Per chi ama le sfide, non solo musicali."
(Anna Maria Pasetti - Il Fatto Quotidiano)
“Whiplash, dal Sundance all’Oscar, via Cannes. Un film sorprendente che nella prima mezzora sembra una specie di “Full metal jacket” del pentragramma, per toccare poi anche momenti horror, facendo affiorare infine un senso simbolico, dove in realtà il musicista è in lotta solo con sé stesso per raggiungere finalmente la piena consapevolezza dei propri mezzi. Grande film, che piacerà non solo agli appassionati di musica.” (Adriano De Grandis - Il Gazzettino)
Un anziano scultore vaga nel cimitero di Hope, interrogando le tombe dei lavoratori della pietra che a cavallo tra Ottocento e Novecento partendo da Carrara e da mezza Europa giunsero a Barre, nel Vermont, dove si aprivano le più grandi cave di granito del mondo. Un viaggio metafisico nel presente della provincia americana, in cui i vivi prestano voce e corpo ai fantasmi dei loro avi. Un affresco sorprendente che ritrae l’epopea tragica di un’intera comunità impegnata nella perenne e titanica lotta contro la pietra, tra drammatiche battaglie sociali e morti bianche, tra lo splendore dell’arte scultorea e l’utopia anarchica, tra speranza e tragedia.
“Tutto ciò che vediamo nel film appartiene al presente, alla vita quotidiana della cittadina di Barre. Per certi versi si direbbe un comune documentario di osservazione. Ma tutto ciò che ascoltiamo proviene invece dal passato, proviene dai testi delle interviste fatte agli abitanti negli anni Trenta. Le parole dei personaggi che vediamo muoversi nel film appartengono ai fantasmi dei loro avi. Con questa scelta ho inteso rimettere in discussione le certezze su cui poggia l’esperienza cinematografica di chi guarda. La realtà e l’immagine che ci appare sotto gli occhi non risponde solo al presente ma nasconde uno strato inferiore, profondo, che arriva direttamente dal passato, dal nostro vissuto di comunità. “(Giovanni Donfrancesco – Il regista)
Nastro d’Argento 2015: Miglior Attore Protagonista ad Alessandro Gassman
Un film provocatorio, liberamente ispirato al libro “La cena” di Herman Koch, che entra violentemente nella realtà borghese della famiglia scardinandone le fondamenta. Due fratelli, opposti nel carattere come nelle scelte di vita, uno avvocato di grido, l'altro pediatra impegnato e le loro rispettive mogli perennemente ostili l'una all'altra l'incontrano da anni, una volta al mese, in un ristorante di lusso, per rispettare una tradizione. Parlano di nulla: alici alla colatura con ricotta e caponatina di verdure, l'ultimo film francese uscito in sala, l'aroma fruttato di un vino bianco, il politico corrotto di turno. Fino a quando una sera delle videocamere di sicurezza riprendono una bravata dei rispettivi figli e l'equilibrio delle due famiglie va in frantumi.
“La famiglia, microcosmo che riproduce in miniatura la società che la circonda, è stata il principale oggetto di osservazione del suo cinema. Con La bella gente e Gli equilibristi ci ha raccontato cosa succede in casa quando un elemento esterno arriva a turbare la tranquilla normalità domestica. Con I nostri ragazzi il regista prosegue nella sua indagine andando oltre e immaginando che la deflagrazione capace di mandare in frantumi un nucleo familiare parta dal suo interno”. (Alessandra De Luca - Avvenire )
“Ivano De Matteo dirige una sorta di Kammerspiel familiare che cresce progressivamente d'intensità drammatica. Rinunciando alla feroce ironia di un testo analogo di Yasmina Reza dal quale Roman Polanski ha tratto Carnage, De Matteo movimenta la macchina da presa, disegna con cura gli spazi“.