domenica 18 dicembre 2016

Martedì 20 dicembre - Il Bambino che Scoprì il Mondo

Per l'iniziativa "Corti in Sala" in collaborazione con il Centro Nazionale del Cortometraggio, la visione de "Il Bambino che Scoprì il Mondo" di Alê Abreu verrà introdotta dal cortometraggio

"Oblò, Amazing Laundrette"

di Martina Carosso, Ilaria Giacometti, Mathieu Narduzzi, Eura Pancaldi.



Il Bambino che Scoprì il Mondo
(O Menino e o Mundo) di Alê Abreu


Un bambino vive con i suoi genitori in campagna e passa le giornate in compagnia di ciò che gli offre la natura che lo circonda: pesci, alberi, uccelli e nuvole, tutto diventa pretesto per un gioco e una risata, briglie sciolte alla fantasia. Ma un giorno il padre parte per la città in cerca di lavoro. E il bambino, a cui il genitore ha lasciato nel cuore la melodia indimenticabile che gli suonava sempre, mette in valigia una foto della sua famiglia e decide di seguirne le tracce. Si troverà in un mondo a lui completamente ignoto, fatto di campi di cotone a perdita d’occhio, fabbriche cupe, porti immensi e città sovraffollate. 
Affronterà imprevisti e pericoli per terra e per mare, crescerà, ma qualcosa di quel bambino che si tuffava in mezzo alle nuvole in lui rimarrà sempre.




Apparentemente esile e naif in modo disarmante, non è il tipo di film animato che ci si aspetterebbe di vedere per più di un’ora al cinema. Invece "Il bambino che scoprì il mondo" cattura da subito l’occhio dello spettatore con la sua leggerezza colorata, e l’orecchio, con il calore delle sue sonorità acustiche. Il film scritto, animato, montato e diretto dal brasiliano Alê Abreu incanta, pur affrontando questioni serie, guidandoci con il giovane protagonista fra i paletti da superare nel mondo adulto.
Thomas Martinelli - Il Manifesto

La programmazione di Cineforum Antonianum riprenderà, dopo la pausa Natalizia, 

il 10 gennaio 2017



 

lunedì 12 dicembre 2016

Martedì 13 dicembre - La Grande Scommessa


Per l'iniziativa "Corti in Sala" in collaborazione con il Centro Nazionale del Cortometraggio, la visione de "La Grande Scommessa" di Adam McKay verrà introdotta dal cortometraggio "La Fonte" di Mattia Venturi.

La Grande Scommessa (The Big Short) di Adam McKay



Che cosa ha causato la crisi economica mondiale che ancora si sta ripercuotendo su gran parte del pianeta? Attraverso le storie incrociate di alcuni broker di Wall Street, in questo film scopriamo ciò che è accaduto. 

Il tono vivace e non convenzionale di queste storie di borsa tiene incollati allo schermo.



McKay ha congegnato un meccanismo formidabile di decostruzione stilistica, un magma tutt’altro che serioso e moralistico eppure estremamente illuminante sulle logiche dell’idra finanziaria nutrita da un establishment pervertito ben al di là della famigerata truffa dei subprime. (...) Un sapore spiazzante sul piano narrativo, ma davvero strepitoso su quello della satira.Valerio Caprara, Il Mattino


Nessun film aveva raccontato finora così bene la crisi finanziaria del 2008 (...). Bella voglia della Hollywood di oggi di tornare a un cinema ispirato alla realtà. Francesco Alò, La Repubblica


"La Grande Scommessa" mette insieme finzione e realtà documentando una vicenda vera utilizzando piccoli espedienti di grande impatto. Chiara Caroli, Cinematographe.it



Oscar 2016: Miglior sceneggiatura non originale
BAFTA 2016: Miglior sceneggiatura non originale



mercoledì 7 dicembre 2016

HUMAN - 6 dicembre 2016


HUMAN di Yann Arthus- Bertrand si compone di una raccolta di storie e immagini del nostro mondo, che o rono la possibilità di immergersi nel cuore di quello che signi ca essere umani. Attraverso queste storie, piene di amore e felicità, ma anche di odio e violenza, Human ci pone faccia a faccia con l’Altro, spingendoci a ri ettere sulle nostre vite. Storie quotidiane, testimonianze delle vite più incredibili, questi toccanti incontri hanno in comune una rara sincerità e pongono in evidenza chi siamo – il nostro lato più oscuro, ma anche ciò che è più nobile in noi, e ciò che è universale. La nostra Terra viene mostrata nella sua forma più subli- me attraverso immagini aeree mai viste prima, accompagnate da una musica in crescendo; un’ode alla bellezza del mondo che o re un momento per prendere respiro e fare introspezione.



Human è un’esperienza indimenticabile e senza con ni, come lo sono anche le stupende, impressio- nanti immagini aeree del nostro pianeta e dei suoi abitanti, intercalate ai volti. La coscienza si solleva, talvolta l’impotenza annichilisce. 
Luca Pellegrini – Cinematografo.it

Sull’esempio letterario dell’Ulisse di Joyce, potremmo de nire Human un ‘ lm-corpo’. Esso rappre- senta una sorta di memoria somatica della separazione in quanto restituisce all’umanità una corporeità emotiva frammentata, divisa, composta da modi di vita e di pensiero apparentemente antitetici tra loro che, in verità, costituiscono gli organi di uno stesso corpo, di un medesimo orizzonte.
Alessandro Lanfranchi – Cineforum 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=X7HklvnrJzg

sabato 26 novembre 2016

Evento speciale per il Cineforum Antonianum: il regista greco Yorgos Zois di Interruption ospite martedì 29 novembre - V.O. sottotitolata

L'opera prima Interruption, presentata alla 72. Mostra del Cinema di Venzia (sezione Orizzonti) e sucessivamente al Torino Film Festival (sezione TorinoFilmLab), porta la firma del greco Yorgos Zois e sarà ospite martedì 29 novembre al Cineforum Antonianum presso la Sala 1 del Cinema Porto Astra.

Interruption è ispirato a un evento realmente accaduto. Nell'ottobre 2002, 50 ceceni armati entrarono al Teatro Dubrovka di Mosca e presero in ostaggio gli 850 spettatori che stavano guardando lo spettacolo. Per qualche istante, gli spettatori pensarono che gli aggressori fossero in realtà attori e che le loro gesta facessero parte di uno spettacolo nuovo, rivoluzionario, ed estremamente intrigante. Ciò che il pubblico ritenne essere una spettacolare trovata teatrale si dimostrò un'ambigua confusione di finzione e realtà, combinazione con conseguenze tristi per tutti i soggetti coinvolti.

Da questo punto di partenza di ambiguità, Zois si spinge oltre e fonde indissolubilmente i due regni,
costruendo una prospettiva su più livelli sui ruoli e sull'identità.

In Interruption, diversi uomini e donne armati irrompono durante un adattamento post-moderno dell'opera di Eschilo.Inaspettatamente un gruppo di estranei sale sul palco e si rivolge al pubblico, invitando alcuni spettatori a prendere parte al processo di Oreste, colpevole di aver ucciso la propria madre per vendicare suo padre. Sapientemente il leader del gruppo conduce gli ignari spettatori nel dibattito, spingendoli inesorabilmente verso i confini dell’etica e dell’umanità. Questo film opera prima ci catapulta nelle paure della Grecia contemporanea attraverso un’opera scritta migliaia di anni fa.

Come afferma lo stesso regista “Interruption è una storia che si svolge all’interno di un teatro. Il termine “teatro” viene da thèatron, che significa “luogo in cui vediamo”. Interruption è un film sull’atto del vedere. Il 23 ottobre 2002 cinquanta ceceni armati presero in ostaggio 850 spettatori nel teatro Dubrovka di Mosca. Durante i primi minuti dell’attacco, il pubblico, ammaliato dall’ambivalenza del momento, pensa che tutto ciò faccia parte dello spettacolo. In questi attimi cruciali, finzione e realtà, verità e menzogna, logica e assurdità si mescolano. Il film è un ampliamento di questi primi minuti di ambiguità.


Bellissimo esempio di meta-teatro, ispirato alle idee di Jerzy Grotowski e del Living Theatre. Dopo Cesare deve morire dei fratelli Taviani, ancora un altro film che mette sullo schermo una sperimentazione teatrale. Zois osserva tutto ciò che accade attraverso una lente fredda e indifferente che porterà il pubblico a meditare sulla propria identità e sul proprio ruolo mentre assiste alle tribolazioni dei personaggi sul grande schermo.


Un gioco ambiguo in cui realtà e finzione si mescolano continuamente rompendo la “quarta” parete quasi fino a farla sparire del tutto. Gli attori e gli spettatori vengono spogliati da qualsiasi certezza, creando una forte sensazione di confusione dovuta all’impossibilità di razionalizzare ciò a cui si sta assistendo” (Elisa Biagiarelli - ElephantRoad.it)

“In questo modo la vita diviene arte e né gli spettatori del teatro né quelli della sala cinematografica si rendono conto di ciò che sta accadendo sul palco. Si tratta di realtà o finzione? Oppure è una finzione nella finzione? I dubbi rimangono e con l’avanzare del tempo capiamo che Interruption non è solo un grandissimo lavoro meta-filmico ma è una riflessione sulle potenzialità del cinema, sulla sua capacità di farsi contemplare e di fondersi con la vita dello spettatore” (Alessandro Lanfranchi - Cineforum)

domenica 20 novembre 2016

Martedì 22 novembre_ANOMALISA di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Silenziosa-Mente di Alessia Travaglini è il cortometraggio che martedì 22 novembre introdurrà alla visione del film "Anomalisa".E' definito come "il racconto di sogni e incubi quotidiani attraverso una metafora della visione, mostrando le forme del mondo, al di là del realismo".
 
ANOMALISA di Charlie Kaufman e Duke Johnson
 
 

Michael è un motivatore professionista in viaggio di lavoro. A dispetto della sua professione è un uomo stanco e irritabile, che vive con insofferenza il suo ennesimo viaggio verso Cincinnati. 
 
La monotonia e il grigiore vengono spazzati via magicamente dall’incontro casuale con una giovane donna umile e sincera, Lisa.
 
La disarmante semplicità della ragazza spinge il protagonista a guardarsi dentro e capire cosa vuole fare della sua vita. Il mix di tecnica stop motion con la storia intima e dura di un uomo che non sa cosa vuole ha dato vita a un’opera unica nel suo genere, da gustare frame dopo frame.
 
 
I protagonisti sono pupazzi, ma è il film più umano dell’anno” (Matt Patches – Esquire)
 
In Anomalisa Charlie Kaufman ha iniettato non solo la paranoia di Se mi lasci ti cancello (che scrisse), ma anche l'umor nero dell'unico titolo da lui diretto prima d'ora, Synecdoche, New York (forse il film più pessimista di tutta la storia del cinema). Però quelli erano molto belli; e lo è anche questo film d'animazione adulto e per adulti, dove Kaufman (con la collaborazione di Duke Johnson) compie il prodigio d'incarnare in figurine di cera animate con la stop-motion situazioni umane da cui molti potranno sentirsi toccati personalmente. (Roberto Nepoti – La Repubblica).

lunedì 14 novembre 2016

Al di là delle montagne


Martedì 15 novembre
AL DI LÀ DELLE MONTAGNE (Shānhé gùrén) di Jia Zhang-Ke




Cina, ne 1999. Tao, una giovane donna di Fenyang, è corteggiata dai suoi due amici d’infanzia, Zhang e Liangzi. Zhang possiede una stazione di servizio ed è destinato ad un promettente avvenire, mentre Liangzi lavora in una miniera di carbone. Sentimentalmente divisa tra i due uomini, Tao dovrà compiere una scelta che segnerà il resto della sua vita e di quella del suo futuro glio, Dollar. Nell’arco di un quarto di secolo, tra una Cina in profonda mutazione e l’Australia come terra promessa di una vita migliore, le speranze, gli amori e le disillusioni di quattro personaggi di fronte al loro destino.

È un film sul tempo, che è stato, che è, e che verrà (...). A proposito di cinema si rende sempre onore all’emozione, che tuttavia è fuggevole, meno importante e profonda del sentimento. Jia ci lascia un senti- mento vero, da vivere e meditare. Silvio Danese - Nazione-Carlino-Giorno

Evidente metafora della complessa trasformazione in atto nel paese, il lm risolve il discorso nel tessuto del racconto, focalizzandosi sui personaggi e giocando sul usso dei sentimenti. Stavolta Jia evita la pole- mica aperta, e tuttavia è chiarissima la sua critica di una società tutta votata al Dio denaro.
Alessandra Levantesi Kezich - La Stampa 

lunedì 7 novembre 2016

Quel fantastico peggior anno della mia vita


8 novembre
QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA (Me and Earl and the dying girl) 
di Alfonso Gomez-Redon


Greg Gaines ha deciso che anche il suo ultimo anno di liceo passerà all’insegna del completo anoni- mato, evitando ogni tipo di rapporto sociale per sopravvivere in quella giungla che è la vita scolastica dei teenagers. Il suo unico amico è Earl, e con lui sin da bambino realizza cortometraggi-parodia di classici del cinema che però non hanno mai mostrato ad altri se non al padre di Greg. Poi, un giorno, sua madre lo costringe a frequentare più spesso Rachel, una compagna di classe a etta da leucemia. Greg accetta riluttante, ma passando sempre più tempo con lei, pian piano scoprirà quanto valore può avere un vero legame di amicizia.

Alfonso Gomez-Rejon, alla seconda prova, viene dalla bottega di Scorsese (Attenti agli Omaggi) e ha già una capacità impressionante di maneggiare ogni possibile sfumatura psicologica ed espressiva. (...) Non pensate al solito lm cine lo per cine li, però. Il cinema è solo l’esperanto emotivo, la piccola enciclopedia collettiva grazie a cui Greg e Rachel intessono una relazione sempre più lieve e insieme ricca, profonda e consapevole (niente amore, l’amicizia è più di cile da rappresentare). Impossibile non pensare al Giovane Holden naturalmente, anche se qui c’è per no una nota in più: la felicità. Felicità di fare, amare, creare, malgrado tutto, in ogni circostanza. E senza prediche. Davvero di che credere ai miracoli. Almeno al cinema. Fabio Ferzetti - Il Messaggero

Sundance Film Festival 2015: Gran premio della Giura e Gran premio del pubblico – U.S. Dramatic

venerdì 21 ottobre 2016

Martedì 28 ottobre - La vita è facile ad occhi chiusi di David Trueba

Ispirato a una storia vera, il film di David Trueba vincitore di sei Premi Goya nel 2014, racconta la storia di Juan Carrión, docente di inglese e appassionato dei Beatles, che realmente nel 1966 andò a conoscere John Lennon impegnato a girare il film nel sud della Spagna. 

È il 1966 e la Spagna è nel pieno del regime franchista. Nelle vicinanze di Madrid un professore d’inglese insegna la lingua ai suoi studenti servendosi delle canzoni dei Beatles. Quando viene a sapere che John Lennon si trova in Almeria sul set di Come ho vinto la guerra (1967, regia di Richard Lester) decide di andare a conoscerlo. 



Lungo il viaggio offre un passaggio in macchina a una ragazza fuggita dal collegio (Natalia de Molina) e un adolescente (Francesc Colomer) scappato da casa dopo una lite con i genitori. Sarà un viaggio verso la libertà e la speranza. Il centro del film è lui, questo straordinario professore. Ad accompagnarlo due giovani con storie completamente diverse, ognuno di loro in fuga per motivi differenti e in cerca di pace e indipendenza.Tre personaggi, tre vite, tre diverse espressioni di ribellione “all’ordine costituito”.

Il film regala un momento di quel periodo tra l’esigenza di scappare, di ribellione e l’inevitabile povertà. È la storia di un eroe del popolo che nel suo piccolo aiuta se stesso e gli altri e lo fa servendosi della musica





domenica 16 ottobre 2016

Martedì 18 ottobre annullata proiezione PERFECT DAY




A causa di un evento organizzato dall'Amministrazione Comunale siamo stati costretti ad

ANNULLARE

la proiezione di PERFECT DAY di martedì 18 ottobre

Stiamo lavorando per organizzare una nuova data per proiettare il film che vi verrà comunicata il prima possibile 

Vi diamo appuntamento a martedì 25 ottobre con

La vita è facile a occhi chiusi

giovedì 13 ottobre 2016

Ascensore per il Patibolo, commentato da Giulia Lavarone

"Ascensore per il patibolo" viene realizzato nel 1957, due anni prima che in Francia esploda il successo della Nouvelle Vague. Il film di Malle se ne può considerare per alcuni aspetti un precursore, in bilico fra il cinema tradizionale e le innovazioni apportate da autori quali Jean-Luc Godard e François Truffaut.
Compagno di strada dei registi della Nouvelle Vague, Malle segue un percorso più tradizionale: dopo gli studi all’IDHEC (Institut des Hautes Études Cinématographiques) di Parigi, che gli valgono una competenza tecnica superiore rispetto a quella dei giovani critici dei Cahiers du Cinéma, esordisce con il documentario premio Oscar "Il mondo del silenzio" (1955), per il quale svolge un ruolo tecnico più che artistico, tanto che a buon diritto "Ascensore per il patibolo" può essere reputato il suo vero film d’esordio. 
In questa pellicola si possono leggere le tracce dell’esperienza di assistente che Malle fece sul set di "Un condannato a morte è fuggito" (1956) di Robert Bresson, in particolare per quanto riguarda le sequenze all’interno dell’ascensore, “prigione” dalla quale il protagonista cerca di liberarsi attraverso l’utilizzo di alcuni oggetti. Intenzionato a girare un film a metà fra Hitchcock e Bresson, Malle riconosce come l’influenza stilistica più evidente fra le due sia probabilmente quella del regista francese.
Impossibilitato a realizzare un film con tratti autobiografici, come avrebbe desiderato e come potranno fare un paio d’anni dopo i registi della Nouvelle Vague, Malle opta per il genere poliziesco, allora molto in voga in Francia, adattando un mediocre romanzo di Noël Calef. Le sue ambizioni sono tuttavia tradite dalla scelta di far collaborare alla sceneggiatura lo scrittore Roger Nimier, capostipite di un gruppo di romanzieri francesi definiti hussards. Il film contiene in nuce, è stato sottolineato, alcuni temi che saranno cari al cinema di Malle, quali il disprezzo per l’ipocrisia della classe borghese, la descrizione del mondo adulto attraverso gli occhi di una gioventù “innocente”, la presenza di un preciso sfondo politico (la guerra in Indocina e in Algeria).
Come gli autori della Nouvelle Vague, Malle si interessa particolarmente ai personaggi di giovani (Louis e Véronique), indifferenti – se non irridenti - alle idealità patriottiche della generazione precedente (qui rappresentata da Julien e dal suo passato di eroe di guerra), affamati di libertà e di un edonismo che finisce però per sfociare nel consumismo (l’ossessione per le automobili). Sebbene – probabilmente anche a causa della mediazione di Nimier – il punto di vista sposato dagli autori sia quello di Julien e Florence, la trama del film riserva di fatto l’azione ai soli giovani, mentre i personaggi interpretati da Jeanne Moreau e Maurice Ronet, prigionieri del proprio destino, sembrano condannati all’impotenza, l’uno intrappolato nell’ascensore e l’altra in un vagabondare notturno privo di esito.
Ad associare il film alla Nouvelle Vague è anche la presenza di Jeanne Moreau, che prima della consacrazione di Jules e Jim (1962) viene lanciata da Malle proprio con "Ascensore per il patibolo" e con il successivo "Les amants" (1958). Il suo personaggio acquisisce rilievo rispetto al romanzo, nel quale non esisteva alcuna storia d’amore fra lei e Julien. Il film inizia e finisce con inquadrature ravvicinate del suo volto, nelle quali la prossimità della macchina da presa sembra mettere a nudo i suoi sentimenti. È stata spesso sottolineata dalla critica l’audace trovata di sceneggiatura di non far mai incontrare nel film i due innamorati, riuniti solamente nel finale dalle immagini fotografiche che li condanneranno. 
La compresenza di tradizione e innovazione nel film di Malle è ben esemplificata dall’uso delle location: da un lato le tradizionali riprese in studio, dall’altro quelle in esterni reali, illuminati solo dalla luce naturale di insegne e vetrine. L’operatore Henri Decae (collaboratore, fra gli altri, di François Truffaut per I quattrocento colpi, 1959) sarà uno dei più importanti artefici, insieme a Raoul Coutard, dell’estetica fotografica della Nouvelle Vague, resa possibile tecnicamente dall’utilizzo di nuove pellicole più sensibili. La Parigi di "Ascensore per il patibolo" non è quella pittoresca e popolare dei quartieri di Belleville e Montmartre, immortalata dai film di René Clair degli anni Trenta: l’edificio nel quale lavora Julien, ultramoderno, è stato descritto dalla critica come il simbolo di un mondo capitalista disumanizzato, edificato sui benefici economici portati dalla colonizzazione (i riferimenti all’Indocina e all’Algeria). Questi luoghi, è stato detto, costituiscono un “paesaggio dell’anima”, ove si dibattono personaggi prigionieri in un mondo di solitudine e angoscia. Emblematica in tal senso è la passeggiata notturna di Jeanne Moreau, molto amata da Antonioni - che se ne ricorderà probabilmente, pur con una resa estetica del tutto differente, al momento di girare "La notte" (1961).
Queste sensazioni sono magnificamente espresse anche dalla colonna sonora jazz improvvisata da Miles Davis, alla sua unica esperienza con il cinema di finzione. Proprio "Ascensore per il patibolo" sdogana l’utilizzo della musica jazz al cinema, sino ad allora non molto frequente. Il pianista che ha collaborato con Davis ha parlato di questa esperienza in un’intervista, raccontando le difficoltà di non farsi prendere troppo dall’improvvisazione e i rischi di sconfinare nella sequenza successiva a quella su cui si stava lavorando. Racconta anche come Davis in alcuni passaggi non volesse assolutamente l’intervento del piano, per il timore di rendere troppo riconoscibili alcuni temi: il suo obiettivo era quello di toccare una certa “astrazione”, di allontanarsi dal “figurativo”, creando invece una musica che evocasse la dimensione del sogno. Tale musica non intensifica le emozioni ma, è stato detto, costruisce una sorta di contrappunto, aggiungendo un’ulteriore dimensione al film. Proprio la collaborazione di Miles Davis rappresenta uno degli elementi che hanno assicurato ad Ascensore per il patibolo una fama duratura, rendendolo a tutti gli effetti un classico del cinema francese.


giovedì 30 giugno 2016

lunedì 30 maggio 2016

martedì 31 maggio - Taxi Teheran di Jafar Panahi

Seduto al volante del suo taxi, Jafar Panahi percorre le animate strade di Teheran. In balia dei passeggeri che si susseguono e si confidano con lui, il regista tratteggia il ritratto della società iraniana di oggi, tra risate ed emozioni.

Nel 2015, durante il Festival di Berlino, Jafar Panahi ha rivelato al pubblico TAXI TEHERAN. Si tratta del primo film che il regista iraniano ha girato, da solo e in esterni dal 2010, piazzando la telecamera sul cruscotto del suo taxi e mettendosi alla guida, attore, per le vie di Teheran; questo nonostante il divieto di girare imposto dal regime. 

TAXI TEHERAN è un film pieno di umorismo, poesia e amore per il cinema, osannato unanimemente dalla critica di tutto il mondo, viene acclamato anche dalla giuria presieduta dal cineasta americano Darren Aronofsky e ottiene l’Orso d’oro oltre al Premio Fipresci che viene consegnato alla piccola Hana Saeidi, nipote del cineasta e interprete del film. 

«Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico...» così Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’oro a “Taxi Teheran”. 








lunedì 16 maggio 2016

Martedì 17 maggio - THE TRIBE di Myroslav Slaboshpytskkiy

Cannes 2014: Grand Prix della Semaine de la Critique 
27° European Film Awards: Premio FIPRESCI


Sergey, sordomuto, arriva in un collegio per ragazzi affetti dalla stessa problematica. In questo nuovo contesto, dovrà lottare per conquistare il proprio spazio all’interno della gerarchia criminale che, fra violenze e prostituzione, regola la vita dell’istituto. Coinvolto in un serie di furti, Sergey si guadagnerà presto la fiducia dei compagni. Ma l’amore per Anna, una delle ragazze del gruppo, lo porterà a infrangere pericolosamente tutte le regole del branco



[...] L'aspetto interessante di The Tribe non è tanto che i teppisti in questione sono un gruppetto di sordomuti rappresentati fuori di ogni stereotipo sul disabile; quanto che il linguaggio dei segni tramite il quale comunicano si traduce in puro linguaggio di cinema, trasmettendo senso ed emozioni senza bisogno di parole e didascalie. […] 
( Alessandra Levantesi - La Stampa)


[…] È una pellicola non buonista, nel senso più comune del termine. Non è fatta per impietosire lo spettatore. Anzi, la trama sembra studiata apposta per rendere odiosi i suoi protagonisti. Non parteggerete per loro. Sullo schermo non penserete al fatto che i protagonisti siano degli autentici sordomuti, ma dei brutali mascalzoni. Un film crudo che tocca, in alcuni momenti, picchi di violenza inauditi.[...] 
( Maurizio Acerbi – Il Giornale)




martedì 10 maggio 2016

Martedì 10 maggio_VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson ( V.O)

Indipendent Spirit Award 2015: Premio “Robert Altman”

L’ex compagna del detective Doc Sportello si rifà viva all’improvviso con una storia sul suo attuale fidanzato miliardario, del quale, si da il caso, sia innamorata. Le trame della sua ex moglie e del suo ragazzo per rapire il miliardario, portano il detective sull’orlo della pazzia…

Siamo alla fine degli psichedelici anni ’60, ‘paranoia’ è la parola più ricorrente ‘ e Doc sa che “love” è un’altra delle parole, come “trip” o “groovy”, che vengono usate a sproposito—solo che quest’ultima in genere porta guai.




Vizio di forma, un noir, un thriller, un sogno psichedelico, che il venerato regista americano Paul Thomas Anderson, a 45 anni, ha osato, primo e forse ultimo al mondo, trarre da un romanzo di Thomas Pynchon (Inherent Vice del 2009) […] In certi momenti il film pare Chinatown di Polanski (1974), in altri Il lungo addio di Altman (1973), ma Anderson è ovunque e pure Pynchon. È un labirinto di fatti, luoghi, personaggi che si inseguono, ed è come se anche lo spettatore scivolasse nella storia come in una nebbia: e infatti pare normale che gli intrecci si accumulino e si sfaldino senza che a Doc, ma anche a noi, importi il nesso e pretenda una soluzione. Ma poi il senso c’è.[…]” ( Natalia Aspesi - la Repubblica)


Vizio di forma è brillantemente segnato da Jonny Greenwood, è un viaggio mentale di Anderson, dove il jazz irrompe con un riverbero che può lasciare storditi, confusi e persino infastiditi. Ma senza dubbio siete nelle mani di un maestro”.(Peter Travers - Rolling Stone)




domenica 1 maggio 2016

Martedì 3 aprile - Whiplash di Damien Chazelle

Golden Globe 2015 a J.K. Simmons come miglior attore non protagonista;
Oscar 2015 per: miglior attore non protagonista (J.K. Simmons), montaggio, missaggio sonoro; Sundance Film Festival 2014: Premio della giuria e del pubblico.

Andrew, diciannove anni, sogna di diventare uno dei migliori batteristi di jazz della sua generazione. Ma la concorrenza è spietata al conservatorio di Manhattan dove si esercita con accanimento. Il ragazzo ha come obiettivo anche quello di entrare in una delle orchestre del conservatorio, diretta dall’inflessibile professore Terence Fletcher. Quando infine riesce nel suo intento, Andrew si lancia, sotto la sua guida, alla ricerca dell’eccellenza.





"Adrenalinico esordio autobiografico in perfetto ritmo 'jazzy' di Damien Chazell, filmmaker e batterista 'fino al sangue alle mani', 'Whiplash' si nutre di esperienza musicale, di buona tecnica cinematografica e di attori ad alto livello. Per chi ama le sfide, non solo musicali." 
(Anna Maria Pasetti - Il Fatto Quotidiano)


“Whiplash, dal Sundance all’Oscar, via Cannes. Un film sorprendente che nella prima mezzora sembra una specie di “Full metal jacket” del pentragramma, per toccare poi anche momenti horror, facendo affiorare infine un senso simbolico, dove in realtà il musicista è in lotta solo con sé stesso per raggiungere finalmente la piena consapevolezza dei propri mezzi. Grande film, che piacerà non solo agli appassionati di musica.” (Adriano De Grandis - Il Gazzettino)

lunedì 25 aprile 2016

Martedì 26 aprile - The Stone River

Un anziano scultore vaga nel cimitero di Hope, interrogando le tombe dei lavoratori della pietra che a cavallo tra Ottocento e Novecento partendo da Carrara e da mezza Europa giunsero a Barre, nel Vermont, dove si aprivano le più grandi cave di granito del mondo. Un viaggio metafisico nel presente della provincia americana, in cui i vivi prestano voce e corpo ai fantasmi dei loro avi. Un affresco sorprendente che ritrae l’epopea tragica di un’intera comunità impegnata nella perenne e titanica lotta contro la pietra, tra drammatiche battaglie sociali e morti bianche, tra lo splendore dell’arte scultorea e l’utopia anarchica, tra speranza e tragedia.


“Tutto ciò che vediamo nel film appartiene al presente, alla vita quotidiana della cittadina di Barre. Per certi versi si direbbe un comune documentario di osservazione. Ma tutto ciò che ascoltiamo proviene invece dal passato, proviene dai testi delle interviste fatte agli abitanti negli anni Trenta. Le parole dei personaggi che vediamo muoversi nel film appartengono ai fantasmi dei loro avi. Con questa scelta ho inteso rimettere in discussione le certezze su cui poggia l’esperienza cinematografica di chi guarda. La realtà e l’immagine che ci appare sotto gli occhi non risponde solo al presente ma nasconde uno strato inferiore, profondo, che arriva direttamente dal passato, dal nostro vissuto di comunità. “(Giovanni Donfrancesco – Il regista)









lunedì 7 marzo 2016

Martedì 8 marzo - I nostri ragazzi di De Matteo

 Nastro d’Argento 2015: Miglior Attore Protagonista ad Alessandro Gassman


Un film provocatorio, liberamente ispirato al libro “La cena” di Herman Koch, che entra violentemente nella realtà borghese della famiglia scardinandone le fondamenta. Due fratelli, opposti nel carattere come nelle scelte di vita, uno avvocato di grido, l'altro pediatra impegnato e le loro rispettive mogli perennemente ostili l'una all'altra l'incontrano da anni, una volta al mese, in un ristorante di lusso, per rispettare una tradizione. Parlano di nulla: alici alla colatura con ricotta e caponatina di verdure, l'ultimo film francese uscito in sala, l'aroma fruttato di un vino bianco, il politico corrotto di turno. Fino a quando una sera delle videocamere di sicurezza riprendono una bravata dei rispettivi figli e l'equilibrio delle due famiglie va in frantumi.


“La famiglia, microcosmo che riproduce in miniatura la società che la circonda, è stata il principale oggetto di osservazione del suo cinema. Con La bella gente e Gli equilibristi ci ha raccontato cosa succede in casa quando un elemento esterno arriva a turbare la tranquilla normalità domestica. Con I nostri ragazzi il regista prosegue nella sua indagine andando oltre e immaginando che la deflagrazione capace di mandare in frantumi un nucleo familiare parta dal suo interno”. (Alessandra De Luca - Avvenire )


“Ivano De Matteo dirige una sorta di Kammerspiel familiare che cresce progressivamente d'intensità drammatica. Rinunciando alla feroce ironia di un testo analogo di Yasmina Reza dal quale Roman Polanski ha tratto Carnage, De Matteo movimenta la macchina da presa, disegna con cura gli spazi“. 
( Roberto Nepoti - la Repubblica )

lunedì 29 febbraio 2016

Martedì 1 marzo - Timbuktu di A. Sissako

Cannes 2015: Premio della Giuria Ecumenica
Candidato agli Oscar 2015 come “Miglior film straniero”

Non lontano da Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, in una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane, in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e il dodicenne Issan, il guardiano della loro mandria di buoi.

In paese domina la legge islamica imposta dai jihadisti. Musica, risate, sigarette e addirittura il calcio, sono stati vietati. Le donne, obbligate a mettere il velo conservano però la propria dignità. Ogni giorno una nuova corte improvvisata emette tragiche e assurde sentenze. Kidane e la sua famiglia riescono inizialmente a sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu.

Ma tutto muta improvvisamente quando Gps, il bue della mandria a cui erano più affezionati, viene massacrato. Kidane non accetta il sopruso.



“Sissako mostra come la jihad porti dolore e lutto in terre che vorrebbero solo vivere in pace. Il regista mauritano rappresenta una comunità di islamici moderati forse un po’ idealizzata e facile da amare. Pur nella tragicità delle situazioni, riesce a coniugare realismo e lirismo, non negandosi neppure un’inaspettata vena di humour che ricorda il cinema del regista palestinese Elia Suleiman. Si apprezza soprattutto l’appassionata difesa delle donne, prime vittime dell’integralismo”. 
(Roberto Nepoti - La Repubblica)

“Solo nelle mani di un maestro, l'indignazione e la tragedia possono rendere con chiarezza, sottigliezza, mestiere l’adrenalina, e i toni più profondi ricchi di sfumature. Abderrahmane Sissako è proprio un maestro”. 
(Jay Weissberg – Variety)





domenica 21 febbraio 2016

Martedì 23 Febbraio_BELLUSCONE, UNA STORIA SICILIANA di Franco Maresco

71° Mostra del Cinema di Venezia: Premio speciale della giuria Orizzonti
David di Donatello 2015: Miglior Documentario

Il critico cinematografico Tatti Sanguineti arriva a Palermo per ricostruire le vicissitudini di “Belluscone. Una storia siciliana”, l’ultima fatica di Franco Maresco, il suo “film mai finito” che avrebbe voluto raccontare il rapporto unico tra Berlusconi e la Sicilia, attraverso le disavventure di Ciccio Mira (impresario palermitano di cantanti neomelodici, organizzatore di feste di piazza, imperterrito sostenitore del Cavaliere e nostalgico della mafia di un tempo) e di due artisti della sua “scuderia”, Salvatore De Castro in arte Erik e Vittorio Ricciardi, che in cerca di successo decidono di esibirsi insieme nelle piazze palermitane con la canzone “Vorrei conoscere Berlusconi”.

Un viaggio "in solitaria" tra costume e politica, musica di piazza e cultura mafiosa, finanza e televisioni private.







Nella strada tracciata da Cinico tv, la voce fuori campo del regista interroga l'impresario Francesco Mira detto Ciccio, e ci fa entrare nel meraviglioso mondo delle feste di piazza”. 

(Mariarosa Mancuso – Il Foglio).

Con umorismo e ironica pietà, bianco e nero e colori, periferie, sudditi e regnanti messi sotto la lente d’ingrandimento di una semplice curiosità, Maresco ha restituito il senso di due universi inconciliabili. Quello della Palermo di ieri, legata al silenzio di una mentalità “associativa” in cui la parola Mafia non si pronuncia mai e quella di oggi che è anagraficamente giovane, della Mafia sa poco o nulla”. 
(Malcom Pagani – Il Fatto Quotidiano).


lunedì 8 febbraio 2016

Martedì 9 febbraio - Pride di Matthew Warchus


Cannes 2014
Queer Palm

British Independent Film Award 2014
Miglior Film, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Attrice Non Protagonista



Ambientato in piena era Thatcher, durante lo sciopero dei minatori inglesi del 1984, Pride racconta la vera storia di un gruppo di attivisti del movimento omosessuale che, per spirito di solidarietà verso chi come loro lotta contro il sistema, decide di organizzare una raccolta fondi per gli scioperanti del Galles, oramai allo strenuo delle forze.

I minatori però, nonostante la situazione si sia fatta insostenibile, non accolgono benevolmente l’iniziativa considerando l’aiuto di lesbiche e gay fuori luogo, se non addirittura controproducente.

L’incontro fra le due realtà però riserverà insospettabili risvolti.




"Trascinante commedia inglese, che rievoca la sorprendente alleanza tra due mondi lontanissimi (…) Un film che appassiona, e volendo commuove, con un cast magnifico”. 
(Massimo Bertarelli – Il Giornale)

“La dignità del lavoro incontrerà quella della sessualità, omo ed etero? Sullo sfondo, nascosta, c'è la vittoria della Thatcher, con quel che ne è venuto. Leggero e narrativamente accorto, riscopre una storia vera e dimenticata per trent'anni”. (Roberto Escobar - L'Espresso).



sabato 30 gennaio 2016

Martedì 2 febbraio - Lo sciacallo di D. Gilroy

Indipendent Spirit Award 2015: miglior film d’esordio e miglior sceneggiatura


Lou non riesce a trovare lavoro. Un giorno assiste per caso a un incidente stradale e ha un'illuminazione: si procura una videocamera e da quel momento passa le notti correndo sui luoghi delle emergenze, per riprendere le scene più cruente e vendere il materiale ai network televisivi.

La sua scalata al successo lo rende sempre più spietato finché, pur di mettere a segno uno scoop sensazionale, arriva a interferire pericolosamente con l'arresto di due assassini ...






Sono come zombie, vampiri dell’informazione drogata, che vuole scioccare. Predatori della notte, personaggi di infima morale che definire giornalisti sarebbe improprio (…) Non c’è pietà per nessuno, sono tutti vittime, dal complice aiutante alla producer tv accecati dal neon notturno di un horror in cui sono tutti Dracula (…) Il film comunica lo choc di una realtà non surreale e che riconosciamo nel nostro codice genetico anche se innocenti.”

 ( Maurizio Porro - Il corriere della sera)


Enigmatico, sinistro, emblematico: è Nightcrawler, lo Sciacallo dell’intrigante opera d’esordio dello sceneggiatore (The Bourne Legacy) Dan Gilroy, che ne firma anche il copione. Enigmatico perché sino alla fine Lou Bloom resta chiuso nel suo mistero, sinistro per la maniacale determinazione al successo e la totale assenza di cuore sotto una facciata di innocenza (…) Lo sciacallo potrebbe essere considerato un’ennesima satira del mondo dei mass media, ma Gilroy dimostra indubbia originalità, accentuando i toni plumbei e giocando il protagonista su un ambiguo registro psicotico che ne fa l’evidente frutto di una cultura malsana.” 

(Alessandra Levantesi Kezich - La Stampa )

lunedì 25 gennaio 2016

Martedì 26 gennaio - Short Skin di Duccio Chiarini

Edoardo, pisano di diciassette anni, fin da bambino è affetto da una malformazione del prepuzio che non gli permette di avere una vita sessuale soddisfacente, nemmeno “fra sé e sé”.

Prigioniero di questo microcosmo privo di sesso, il ragazzo si ritrova bombardato dall’argomento su ogni fronte: l’amico con l’ossessione di perdere la verginità, i genitori che lo spingono a dichiararsi a Bianca (la vicina di casa di cui è innamorato da sempre) e la sorellina impegnata nella ricerca di un giusto accoppiamento per il cane di famiglia.

Riuscirà il giovane Edo a superare i suoi problemi sessuali, fisici ed emotivi?





“Spiritosa commedia giovanilistica, che riesce a trattare con delicatezza temi spinosi come i primi turbamenti sessuali (…) Bravo e spontaneo Matteo Creatini, al debutto come il regista Duccio Chiarini, fragile miscuglio di voglie e paure”. (Massimo Bertarelli – Il Giornale)


“Con tanti registi che sbagliano mira o non conoscono le proprie forze, Chiarini sa perfettamente dove vuole andare a parare. E maneggia con rara misura toni e sapori, protagonisti e comprimari di questo racconto di formazione”. (Fabio Ferzetti – Il Messaggero)



domenica 17 gennaio 2016

Martedì 19 gennaio_Figlio di nessuno di Vuk Rsumovic ( V.O.)

Attesissimo film serbo vincitore del Premio del Pubblico Rarovideo e del Premio Fipresci Fedeora alla Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2014. 

Opera prima di Vuk Rsumovic, e egregiamente interpretato dal quindicenne Denis Muric, il film racconta le vicende di un bambino cresciuto tra i lupi nei boschi della Bosnia e poi pian piano e a fatica rieducato alla "civiltà" a Belgrado. Il film narra le vicende pedagogiche, l'educazione sentimentale e la prima maturità di questo bambino e poi ragazzo.





È tutto da scoprire questo film fantastico […] . Emozionante sempre ma sconvolgente nel finale, il film del 40enne Vuk Rsumokiv è di commovente freddezza ma con lo sguardo critico e una pietas crudele per la sorte jugoslava. Negli occhi di Denis Muric si legge il bene e male della nostra civiltà, dall'ignoranza al dolore. “
(Maurizio Porro - Corriere della Sera)

“ […] il regista e sceneggiatore di Belgrado, classe 1975, sa infondere in una storia individuale, e così idiosincratica, i cascami sociali del conflitto nell'ex Jugoslavia. E lo fa senza sforzi, bensì umanisticamente, contrapponendo l'umanità delle bestie alla bestialità degli uomini. Non scomodiamo 'II ragazzo selvaggio' di Truffaut o un 'Libro della giungla' balcanizzato, ma non si fa dimenticare: guerra e pace, romanzo di formazione e favola morale, dramma privato e ricadute geopolitiche, stile già maturo e metafore non peregrine, 'Figlio di nessuno' non cerca (solo) il sensazionalismo, ma la sensibilità. La nostra: lo adottiamo?“ 
(Federico Pontiggia - Il Fatto Quotidiano)

mercoledì 6 gennaio 2016

Martedì 12 gennaio - Forza maggiore di Ruben Östlund


Cannes 2014: Premio della giuria “Un certain regard”

In un villaggio sciistico delle Alpi francesi si consuma un dramma esistenzale e famigliare che indaga le debolezze umane e le relazioni tra individui, osservandole nel loro lato più grottesco e inconfessabile. 

Diretto dal regista svedese Ruben Östlund, il film nasce dalla suggestione  dell’incremento dei divorzi nelle coppie sopravvissute a un’esperienza drammatica, e più che  raccontare la storia di una famiglia, racconta la relazione fra i suoi componenti, indagando un equilibrio ormai incrinato e destinato a non tornare mai più. 

Il film conferma il talento e lo sguardo  innovativo di Ruben Östlund che già si era fatto notare a Cannes nel 2011 con Play.




L’illuminante parabola di Forza maggiore ricorda che anche l’uomo civilizzato deve fare i conti con gli istinti. E che, di norma, non si comporta affatto come nei “disaster movie” hollywoodiani”.

(Alessandra Levantesi Kezich - La Stampa)


Il film di Östlund ha un'idea forte, sviluppata con stile magistrale, attraverso una suspense oscura, e dissemina un luogo di villeggiatura suggestivo con segnali di apocalisse domestica” 

(Emiliano Morreale - L'Espresso)